27/12/2013

[STORIE] La più grande community di social eating italiana è nata a Torino

Gian Luca Ranno

 

Guardandolo in questa foto si capiscono due cose di Gian Luca Ranno: che per lui essere un imprenditore è una sfida e che, per riuscirsi, quello che conta è anche essere simpatici.

E' grazie alla simpatia della comunicazione utilizzata da Gnammo che il sito di social eating fondato da Gian Luca è riuscito a costruire una community di 15.000 utenti (di cui circa il 15% ritorna settimanalmente) e a coinvolgere 700 cuochi, interessati ad aprire le porte della propria casa per fare networking, ma anche ad esibire le proprie competenze in cucina.

Gnammo applica la sharing economy al food, consentendo a cuochi amatoriali di organizzare cene a casa propria a cui invitare gli Gnammer, gli appassionati di cibo che fanno parte della community.

Noi Gian Luca lo abbiamo conosciuto più di due anni fa, nell'autunno del 2011, quando la sua idea imprendotoriale si chiamava ancora CookHunter e TreataBit era appena nato. Lo abbiamo seguito nella nascita di Gnammo, dalla fusione tra CookHunter e suo concorrente, nel langio del blog nella primavera 2012 e poi nella creazione dei primi eventi a Torino, Milano e altre città italiane, nel Giugno dello stesso anno.

Dopo un anno e mezzo, a dicembre 2013, sono stati organizzati più di 1.000 eventi, Gnammo è diventata una srl innovativa e ha ottenuto il primo round di investimenti.

Andiamo allora a fare due chiacchiere con Gian Luca per scoprire la sua storie a capire come è riuscito a compiere quella magia sociale che è la sfida di tanti startupper: la creazione di una community.

 

 

E' nato prima CookHunter o il tuo spirito imprenditoriale?

Sicuramente prima CookHunter. Perché lo spirito imprenditoriale è cresciuto pian piano. Per 20 anni sono stato un artista, ero diventato anche abbastanza importante, ho esposto in tutta Europa, sono entrato nel dizionario della giovane arte italiana. Poi ho fatto il designer. Ma è stato solo quando ho scoperto i social network che ho capito che la creatività e l'imprenditorialità potevano confluire.

Con gli anni sono riuscito a strutturare la mia parte creativa e renderla funzionale a un progetto d'impresa. Ho capito che sfruttando la creatività anche per creare leve commerciali e piani di marketing, si riesce a fare il salto di qualità. Coniugare i due mondi però non è facile.

Tante persone molto brave a strutturare un'azienda, non hanno una componente creativa per fare la differenza, non hanno la creatività per "accendere" le persone.

                           ...perché le persone, oggi, hanno bisogno di essere accese.

I creativi, da parte loro, spesso non riescono ad associare il concetto di denaro alla creatività. Sono visti come due mondi lontani. Invece quello che si produce attraverso i soldi è energia. L'energia è anche il fine dell'arte. Sono solo due modi diversi di produrla. Quando capisci che quello che produci attraverso il denaro è energia e può essere rimessa in circolo per produrre qualcosa di nuovo allora diventa interessante per i creativi.

 

Come hai costruito il tuo team?

Un paio di mesi dopo aver avuto l'idea ho contattato un mio vecchio amico, Cristiano Rigon. Conosco Cristiano da quanto avevamo 13 anni perché andavamo agli scout assieme. Dopo aver avuto l'idea di creare una piattaforma di social eating l'ho contattato e Cristiano è subito stato entusiasta, lui mi ha sempre seguito nelle mie avventure, anche perché all'inizio era un gioco.

Poi abbiamo acquisito la startup barese Cookous. Noi avevamo stretto una partnership con Eataly e, facendo leva su questo cosa, abbiamo fatto loro un po' paura. Quindi in questo caso siamo stati bravi a giocarci le carte che avevamo.

Tra di noi si sono venuti a creare degli equilibri, che sono sempre fondamentali in una startup, tra la parte di slancio, che in questo caso sono io, e quella che ti riporta con i piedi per terra. In ogni caso in un team ci vuole qualcuno di estremamante determinato, che sia in grado di mangiare m***a per se' e per gli altri. E deve saperlo fare perché ha già mangiato tanta m***a nella vita.

Nel team c'erano anche altre persone. Però le abbiamo fatte fuori. Perché per loro il progetto non era una priorità. Veniva prima lo sport, poi la ragazza e gli amici e poi il progetto. Quindi abbiamo chiesto loro di fare una scelta.

Un team deve essere composto da persone fortemente motivate, che sono disposte a sacrificarsi per un progetto.

Nella crescita di Gnammo ci hanno aiuto molto due advisor, Monica Paoluzzi e Rita Polarolo.

Rita è stata importante nel rapporto con gli investitori. Grazie alla presenza di un advisor che aveva lavorando in diversi fondi di investimento, gli investitori ci consideravano un team completo.

Monica invece ha un network fortissimo su Milano, quindi ci ha aiutato molto a fare partire il progetto su quella città che era importantissima perché è il riferimento della moda e delle tendenze in Italia, e quindi ci ha dato un grande ritorno in termini di immagine.

 

Come avete creato la community?

La costruzione della community è un lavoro quotidiano, fatto nell'online quanto nell'offline.

Innanzitutto bisogna lavorare moltissimo sui contatti. E' necessario fare un piano con i contatti strategici, in ogni ambito, dalle istituzioni ai media. Poi, ogni giorno, dedicare a questo almeno un'ora, forse anche di più. Questo ci ha permesso di avere anche molta visibilità sulla stampa, che ci ha fatto battere la concorrenza.

Un'altra cosa importante è il linguaggio amichevole di Gnammo che innesca subito una comunicazione basata sulla simpatia che favorisce il passaparola.

Poi abbiamo coinvolto dei blogger che hanno creato i primi contenuti del portale. Loro hanno collaborato gratuitamente perché erano interessati a scrivere sul nostro portale per farsi le ossa .

Quando poi è stata creata la community è diventato importante interagire con gli utenti. Per fare capire loro che stanno parlando con delle persone, rispondiamo sempre con un linguaggio amichevole. Tutti gli altri competitor italiani sono falliti perché non sono stati in grado di fare community,

                                   ... mentre noi ci siamo riusciti perché siamo simpatici.

 

La più grande community di social eating italiana è nata a Torino

 

Qual è il prossimo passo, che vi consentirà di scalare?

Con il tempo nelle grandi città sono nate delle reti di persone che grazie a Gnammo ormai si conoscono, organizzano eventi, partecipano a quelli degli altri. Nelle città più piccole è però più difficile, come dimostra la storia di Elisa di Brescia.

Il prossimo obiettivo è quindi strutturare maggiormente questa attività, identificando degli opinion leader nelle città ritenute strategiche e chiedendo loro di diventare ambasciatori, creando e partecipando ad eventi, proponendo in cambio dei benefit, da sconti a privilegi. Queste persone possono fungere così da attivatori.

 

Cos'è per te la sharing economy?

Quando sono partito con Gnammo non sapevo cosa fosse la sharing economy. Poi altri mi hanno accostato a questo movimento, quindi ho cercato di capire cosa fosse.

Sicuramente la sharing economy è un movimento che deve trovare una sua collocazione. Ci sono i puristi che sostengono che nella sharing economy non debbano circolare soldi. Però questi modelli non stanno in piedi senza un modello di business.  

La sharing economy diventa invece interessante per tutti se riesce a costruire un modello di business. Quindi deve andare a trovare delle chiavi attraverso cui rendere orizzontale il flusso di denaro, che fino a poco tempo fa era verticale.

Attualmente il modello capitalistico è al collasso. Quindi si devono ripensare gli stili di vita ed i modelli economici. In questo senso la sharing economy nei diversi settori, dalla ristorazione all'automotive, diventa un'alternativa attraverso cui portare il lato umano nell'economia. 

Anche le grandi aziende stanno cominciando a capire che la sharing economy è un valore a livello di marketing, però è anche una necessità a livello di sviluppo sostenibile. Ad esempio le grandi aziende nel settore dell'automotive, da Merchedes a FIAT, stanno facendo delle sperimentazioni di carpooling e carsharing per cercare di equilibrare la sussistenza aziendale con il lato umano.

In questo processo ha un ruolo anche il consumatore, diventato proattivito. Nel marketing 3.0 sono i consumatori che influenzano il brand orientandoli verso scelte più green. Quindi le aziende capiscono che fare scelte più etiche è importante per la propria reputazione.

 

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